Giuseppe Preianò

Bergamo

Compagne di banco, 1982 © Giuseppe Preianò

In passato, quando a causa delle lunghe esposizioni era d’obbligo l’immobilità del soggetto, il termine posa fu a lungo sinonimo di fotografia. Avvenne poi che il tempo necessario per l’esposizione si ridusse a una semplice frazione di secondo; nacque così la foto detta istantanea. Ma il termine posa continuò a essere usato anche dopo l’avvento della foto istantanea (ad esempio, la pellicola da 36 pose, ecc.). L’ideale è che i soggetti non si accorgano di essere fotografati. Ciò è possibile quando non si avvedano della presenza del fotografo. O comunque non ci facciano più caso. 

Avevo da tempo in mente l’idea di fotografare i miei studenti. Ma mi era impossibile passare inosservato: in aula un professore è come un attore sul palcoscenico. Cioè proprio dove un fotografo non dovrebbe mai essere, al centro dell’attenzione. Finché un giorno si presentò l’occasione propizia. Venne a trovarci un esperto di non ricordo più cosa a parlare agli studenti. E allora gli cedetti la scena e mi misi in disparte. La presenza della macchina fotografica era giustificata dalla necessità di immortalare alcune fasi dell’evento. E in quell’occasione, l’istante decisivo si rivelò quello in cui due ragazze del primo banco si scambiarono sottovoce alcune confidenze. 
La foto, che nel dicembre di quell’anno apparve sulla rivista “Fotografare”, è stata realizzata su pellicola Ilford FP4 sviluppata in Agfa Rodinal diluito 1+50. L’obiettivo utilizzato è un Summicron 35 montato su una Leica a telemetro. Lo scatto passò inosservato grazie alla silenziosità dell’otturatore e soprattutto perché l’apparecchio non fu portato all’occhio per la mira. Nonostante l’approssimazione, l’inquadratura si confermò giusta per l’occasione.

In Oriente, la camera oscura, che era già conosciuta in tempi anteriori all’invenzione della fotografia modernamente intesa, poté godere di denominazioni decisamente poetiche e romantiche. In giapponese venne definita “specchio del vero” e in cinese venne chiamata “stanza del tesoro nascosto”.
Comunque venga intesa, interpretata o definita, la fotografia è qualcosa che ha finalmente consentito all’uomo di fermare il tempo di un attimo fuggente. Ogni scatto è memoria, un frammento di tempo reale e perciò di vita vera. E pertanto irripetibile. Unico. Si potranno anche scattare mille foto di un soggetto. Ma solo in momenti diversi: “Dopo, sarebbe troppo tardi, non si può riprendere l’avvenimento a ritroso. Noi fotografi siamo abituati a giocare con le cose che scompaiono e che una volta sparite non possiamo far rivivere… dobbiamo avvicinare il soggetto a passi felpati, anche se si tratta di una natura morta. Zampa di velluto e occhio di lince. Andarci piano. Non si agita l’acqua prima di pescare. Niente lampi: per rispetto alla luce, anche quando non c’è. Altrimenti il fotografo diventa di insopportabile aggressività. Questo mestiere è così legato alle relazioni che si stabiliscono con le persone che una parola può rovinare tutto… non c’è nessun sistema salvo passare inosservato.”
(Henri Cartier-Bresson, L’istante decisivo, 1952)

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