Luca Grillandini

Firenze

Photo © Luca Grillandini

Luca Grillandini non è solo un fotografo. Prima di tutto è una persona che si occupa del prossimo, in Ghana, dove è stato più volte e dove si trova tuttora (Maggio 2016), impegnato presso un campo di lavoro a Kumasi, seconda città del Ghana, capitale del popolo Ashanti. Oltre la metà delle popolazioni nei paesi in via di sviluppo vive negli slum, baraccopoli, sotto stretta minaccia di sfratto, vessati dalla criminalità, stretti dall’inquinamento con un’urbanizzazione selvaggia e fatiscente. Il cuore di Kumasi batte come un tamburo nel grande mercato di Kejetia le cui merci attraversano in lungo e in largo tutta la città rendendola un grande mercato a cielo aperto.

Dakwadwom and Akwatia sono due delle aree periferiche della città dove negli anni si sono andanti ad accatastare decine di migliaia di abitazioni, in calcestruzzo ma in gran parte in legno, piccole baracche, senza servizi igienici, che sono collettivi e a pagamento. I rifiuti vengono gettati a due passi dalle abitazioni e spesso bruciati, rilasciando diossina e altri gas tossici. Non esiste un sistema idraulico funzionante e nemmeno quello fognario. Degli abitanti di quest’area solo il 3% è impiegato in lavori tradizionali. La gran parte della popolazione, invece, lavora nel cosiddetto settore informale, tipico del Ghana: la maggior parte sono migranti interni, provengono dalle campagne, dal nord del paese, in cerca di una possibilità.

A meno di un ora vivono i sessanta bambini ospiti dell’orfanotrofio Columbus, gestito da un pastore pentecostale, che si occupa in tutto di 200 ragazzini, tra quelli che seguono la scuola, quelli che non hanno più una famiglia e quelli che sono soltanto poverissimi.

"Il mio primo campo di lavoro in Africa è cominciato nel 2008", spiega Luca Grillandini. "Non essendo mai sceso al di sotto del Marocco, e solo per vacanza, mi sentivo allo stesso tempo incuriosito ed intimorito. Anche perchè in questa occasione ero da solo. Al mio arrivo, una ragazza dell’organizzazione viene a prendermi ed in men che non si dica ci ritroviamo sul pullmann per Kumasi, la meta del campo di lavoro. La mattina successiva incontro Nicholas, il responsabile dell’organizzazione ed insieme andiamo al Columbus Orphanage alla periferia di Kumasi.

Appena arrivato tutti si sono precipitati a prendermi i bagagli per portarli in camera, ed io mentre facevo la conoscenza di alcune persone del posto, guardandomi intorno avevo già paura di non farcela. L’orfanotrofio è una specie di costruzione divisa in 3 parti: le “abitazioni” del personale fisso, che consistono in una stanza per ciascuno priva di bagno e con tetto di lamiera, la chiesa, luogo usato continuamente per cerimonie spesso molto chiassose ma anche tetto per molti poveri,ed infine la scuola, una specie di magazzino con piccoli muretti innalzati a dividere le classi. L’impatto visivo è stato quindi piuttosto traumatico, ma i miei timori iniziali dopo poche ore erano già svaniti.

L’allegria e l’umanità di questa gente mi fecero sentire ben presto come a casa e l’incontro con i primi bambini mi coinvolse notevolmente."

"Nei giorni successivi, la mia attività consisteva nell’alzarmi alle 6 del mattino e recarmi nelle bidonville limitrofe per prendere i bambini e portali a scuola. Prendevo un Tro-Tro, un piccolo autobus pubblico a 10 posti, dove nell'attesa della partenza, venditori ed imbonitori di ogni tipo salgono per vendere o predicare. Queste bidonville sono luoghi pazzeschi dove la gente vive nelle baracche in mezzo ai rottami di vecchie auto e camion senza acqua corrente né luce, cose che fino ad allora avevo visto solo in televisione.

Una volta arrivati a scuola, stavo con i bambini, aiutavo la maestre, scattavo foto per la gioia di tutti, parlavo con il preside ed il pomeriggio verso le 2 riportavamo i bambini nelle loro baracche. Poi ero libero e spesso mi recavo in centro città accompagnato da Paul e Daniel, che mi facevano da guida nel caos tra le vie di uno dei più grandi mercati del Centro Africa."

Coro gospel durante un matrimonio, dove si cantano sia pezzi africani che opere di Haendel

"Chiaramente il fatto che io fossi bianco faceva di me, ai loro occhi, un uomo ricco, quindi quando andavo in città con qualcuno di loro era sottinteso che gli pagassi il pranzo. La vita costa pochissimo, per noi occidentali, ed il giorno che comprai un po’ di stoffa per le divise degli scolari, per ringraziarmi mi fecero una festa dentro la scuola. Non ho avuto molta fortuna con la salute, in 20 giorni mi sono preso malaria e salmonella. Ma posso comunque dire che e’ stata una bellissima esperienza e ciò che ho ricevuto supera di gran lunga ciò che ho dato. Questa gente mi è rimasta nel cuore e sicuramente questo tipo di Africa molto autentica è ben lontana da ciò che immaginiamo."

All pictures are copyright © by Luca Grillandini

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